I lavori di Caterina Massa attraggono l’osservatore grazie alla loro forza figurativa, anche se non compiuta totalmente, vi è, quindi, una sorta d’intento illustrativo col palese uso di metafore più familiari: il colore riesce a far immaginare le più nascoste verità come nel caso di certe “algose tane” di alcuni paesaggi sospesi tra l’orrido ed il grandioso della plastica, della decorazione, mai leziosa. E’ solenne, a volte; altre è descrittiva.

La ceramica, in un certo senso, pare aver “liberato e completato” la vita della Massa. Dedicarsi a tale materia per “raccontare” il suo metodo di sentire la ideazione contemporanea è, pure, una sorta di difesa contro le “dolenze” del mondo ed è una ragione per cercare di ghermire la serenità. Pannelli, piatti, vasi, pesci, globi sono le forme con le quali la ceramica prende corpo. Globosità accattivanti, incavi alveolari, mari scossi con branchi di pesci che diventano metaforicamente “salati armenti”, concavità assorbenti che suggeriscono sciami di corpi celesti, visioni e frammenti di paesaggio ligustico, nature morte metafisiche e così via.

Un “portolano” iconografico dilatato, pronunciato con brillante maestria, supportato da una figurazione del tutto personale declinata con novità di accenti. La Massa, in tal modo, continua ad indagare la sfera dell’abituale, guardando dentro sé e verso gli altri con stupefacente tecnica e resa “pittorica” sempre originale e mai banale.

Silvia Bottaro

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