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  1. Dalla strada al museo per raccontare il presente: al Mudec arriva TVBOY
    Ci sono Messi e Ronaldo intenti a scambiarsi un bacio e c’è L’Ultima Cena in versione “fast food”. Ed ecco Frida, intenta a scattarsi un selfie, mentre Greta Thunberg è tra gli eroi, mai troppo piccoli per salvare il mondo. L’occhio satirico di Salvatore Benintende, in arte TVBOY, tra gli esponenti più illustri del movimento Street Art di matrice Neo Pop, sbarca per la prima volta al Mudec Photo - Museo delle Culture di Milano - svelando al visitatore lo sguardo ironico, sempre attento alla riflessione, con cui l’artista reinterpreta i vari trend seguiti dalla società moderna. Dal 2 dicembre al 9 gennaio un percorso dal titolo TVBOY. La mostra ripercorre - attraverso oltre 70 tele - la carriera di questo prolifico artista, soffermandosi sull’amore, il potere, gli eroi, la storia dell’arte. Prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE e realizzata in collaborazione con Studio TVBOY, la rassegna, a cura di Nicolas Ballario, si presenta come un esperimento finalizzato a offrire nuovi spunti di riflessione e interazione anche con nuovi pubblici, ma vuole essere soprattutto un omaggio a un artista che, mettendosi in gioco, ha intessuto un vortice di condivisione culturale, di cui il Mudec è stato un orgoglioso vettore. TVBOY, Il selfie di Frida, 2020, Tecnica mista su tela | Courtesy MudecLa collaborazione tra il museo e l’artista è nata per caso, precisamente da una performance di protesta. In occasione della mostra del Mudec dedicata a Banksy, A Visual Protest. The Art of Banksy, svoltasi nel 2018, TVBOY aveva realizzato un primo murale di protesta sul muro di cinta del museo, in via Tortona 56. L’opera, ancora oggi visibile, ritrae uno street artist incappucciato, ritratto di spalle, che gioca sull’ambiguità Official/Un-official, riferendosi alla mostra non ufficiale di Banksy ospitata nelle sale del museo che, dal 2018, porta avanti un osservatorio super partes sul mondo della street art in tutte le sue forme. Dallo “scontro” è nato un dialogo interessante che ha visto lavorare in sinergia il Museo delle Culture e TVBOY per un ambizioso progetto all’interno del distretto Tortona. Il Comune di Milano e il Mudec hanno poi invitato TVBOY a replicare l’opera durante una performance pubblica nel Museo e a realizzare una serie di lavori successivamente venduti, il cui ricavato è servito a finanziare il progetto “Un muro che unisce”, in collaborazione con il Municipio 6.TVBOY, The fast Supper, 2020, Tecnica mista su tela, Collezione privata | Courtesy Mudec “Quando mi chiedono che lavoro faccio, sai che cosa rispondo? - spiega TVBOY in un’intervista a Nicolas Ballario, curatore della mostra -. L’artista contemporaneo. Spesso gli artisti si imbarazzano a dire una cosa del genere, ma io rispondo così senza remore, perché faccio l’artista e sono vivo. E l’arte deve parlare della contemporaneità e la contemporaneità è anche la politica. L’arte ha la funzione di narrare il presente”. TVBOY, Eroi mai troppo piccoli (per salvare il mondo), 2019, Tecnica mista su tela | Courtesy MudecAlla luce di questa missione affidata all’arte lo street artist palermitano racchiude i suoi lavori sotto quattro grandi temi che si traducono in mostra in quattro percorsi tematici, dai baci - gesto romantico per eccellenza e sinonimo di dialogo - al potere, dalla storia dell’arte agli eroi personali dell’artista. Eppure le sezioni e le categorie non si addicono a TVBOY, come spiega in mostra Nicolas Ballario. Ambendo a diventare "un’enciclopedia per immagini della società contemporanea", TVBOY abbatte i confini tra discipline e ci spinge verso l’abbandono di una sterile visione del mondo per categorie. Razzismo, discriminazione, ambiente, clima, cinema, sport, alimentano una produzione continua e famelica. Così, in mostra, il percorso diviene un non-percorso, un racconto ai visitatori elaborato anche attraverso gli occhi e la penna del fotografo Oliviero Toscani - uno dei punti di riferimento di TVBOY - che interpreta la visione dello street artist sul tema del Potere e degli Eroi. Leggi anche:• Un "altro" Mondrian, artista a tutto tondo, in mostra al Mudec
  2. Caravaggio e Artemisia: a Palazzo Barberini una sfida nel segno di Giuditta
    Quando un giorno “di moltissimi anni fa” il restauratore romano Pico Cellini e lo storico dell'arte Corrado Ricci entrarono in una casa di via Giulia, a Roma, dove un vecchietto con la papalina mostrò loro un quadro “sporchissimo ma che fa un’impressione enorme”, mai avrebbero immaginato che quell’opera attribuita a Orazio Gentileschi avrebbe potuto un giorno rivelarsi il celebre Giuditta e Oloferne di Caravaggio, scomparso dai radar da oltre un secolo. Una volta ritrovato il quadro presso il proprietario Vincenzo Coppi, Cellini riuscì a fotografarlo e a mostrarlo a Roberto Longhi che chiese e ottenne la proroga della mostra milanese dedicata a Caravaggio e ai pittori caravaggeschi, per poterlo includere all'interno del percorso allestito nel 1951 a Palazzo Reale.Dopo aver visitato l’esposizione, infatti, il restauratore ricordò di aver visto da ragazzo, in un palazzo romano, una tela raffigurante Giuditta e Oloferne, attribuita ad Orazio Gentileschi, ricollegandola in seguito allo stile di Caravaggio. A settant’anni dalla quella riscoperta e a cinquanta dall’acquisizione da parte dello Stato Italiano, Giuditta e Oloferne, la celeberrima tela di Caravaggio, è al centro di una grande mostra in corso fino al 27 marzo presso Le Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini. Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento, questo il titolo dell’esposizione a cura di Maria Cristina Terzaghi, accende i riflettori su una delle più famose e acclamate opere del Merisi, messa a confronto con trenta lavori - quasi tutti di grande formato - provenienti da importanti istituzioni nazionali e internazionali, dal Museo del Prado di Madrid al Kunsthistorisches Museum di Vienna."Questa mostra - sottolinea Flaminia Gennari Santori, direttrice delle Gallerie Nazionali - corrisponde perfettamente alla mia visione di un museo in continua narrazione polifonica, confronto e scambio fra collezione e mostre temporanee. Un racconto in costante evoluzione con l’obiettivo di offrire chiavi di lettura sempre diverse ai nostri visitatori”.   Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento, Allestimento Sala 2 | Foto: © Alberto Novelli | Courtesy Gallerie Nazionali di Arte AnticaIl viaggio in quattro sezioni, che ha come bussola le tante e differenti rappresentazioni di Giuditta, si apre con Giuditta al bivio tra Maniera e Natura, una selezione di opere cinquecentesche che mostrano le prime avvisaglie di una nuova rappresentazione del tema, caratterizzata dalla violenza dell’istante scelto a rappresentare la storia dell’eroina biblica, come nei dipinti di Lavinia Fontana, Tintoretto e di un seguace di Bartholomeus Spranger.La tela del Merisi con Giuditta che decapita Oloferne, fulcro della seconda sezione dedicata a Caravaggio e i suoi primi interpreti, inscena un autentico omicidio mediante decapitazione, rappresentando un momento di rottura con la tradizione e trovando un corrispettivo solo nella produzione coeva di rappresentazioni sacre e drammi teatrali. Trophime Bigot, Valentin de Boulogne, Louis Finson, Bartolomeo Mendozzi, Giuseppe Vermiglio e Filippo Vitale, accolti in questa prima parte del percorso, sono i primi pittori che poterono avere in qualche modo notizia dell’opera. L’atrocità del delitto, che contrasta con la bellezza assorta e sensuale della protagonista, fu proprio motivo di ispirazione e reinterpretazione dell’episodio biblico. Louis Finson (attribuito), Giuditta decapita Oloferne, post 1607, Olio su tela, 161 x 140 cm, Collezione Intesa SanpaoloUn capolavoro per il banchiere Ottavio Costa La tela che Pico Cellini ritrovò nel 1951 in casa del proprietario Vincenzo Coppi era stata eseguita nel 1599 da Caravaggio per il banchiere ligure Ottavio Costa, scomparso nel 1639. L’opera non fu mai alienata, rimanendo a Roma fino a metà Ottocento. A Vincenzo Coppi giunse per via ereditaria dagli avi della madre che l’avevano a loro volta acquistata nell’Ottocento dalla Congregazione degli Operai della Divina Pietà, ultimi eredi della famiglia del banchiere.Gelosissimo com’era della sua opera, Costa ne proibì non solo l’alienazione, ma anche la riproduzione, motivo per cui non ne esistono copie seicentesche fedeli, circostanza rara nel catalogo di Caravaggio. Eppure, non bastò il drappo di seta - dal quale il capolavoro fu avvolto, nella raccolta del banchiere - a impedire la fuga di notizie sul celebre quadro, e a rendere inaccessibile la bella Giuditta di Caravaggio. Nonostante le cautele del proprietario che, consegnando al notaio il suo secondo testamento, stilato ben sette anni prima della morte, proibiva tassativamente agli eredi l’alienazione di “Tutti li quadri del Caravaggio particolarmente la Giuditta”, la rivoluzionaria composizione ideata dal Merisi riuscì comunque a circolare fino a imbattersi nell’acuto occhio di Pico Cellini. Così, nel settembre 1971 l’opera, acquistata dallo Stato italiano per 250 milioni di lire, entrò a far parte del patrimonio delle Gallerie Nazionali di Arte Antica dove oggi si trova. Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento, Allestimento Sala 2 | Foto: © Alberto Novelli | Courtesy Gallerie Nazionali di Arte AnticaUna tela "rivoluzionaria" In ambito romano la tela di Caravaggio dovette piombare tuonando come un rombo, rappresentando una novità straordinaria nell’universo figurativo di chi poté vederla. E non soltanto perché di omicidi così efferati in pittura ne circolavano pochi, o forse nessuno, ma soprattutto perché a questo omicidio lo spettatore assisteva da vicino, con le figure di tre quarti al naturale. La scelta registica consentiva a Caravaggio di concentrarsi sui gesti, enfatizzando le emozioni dei protagonisti che tessono la scena, giustamente paragonata alle sacre rappresentazioni o al teatro shakespeariano dove il palcoscenico è vuoto. Ecco perché la maggior parte della critica ha visto in questo quadro il primo tentativo di narrazione della storia, in questo caso biblica, dell’artista. Il terrore espresso dall’urlo di Oloferne stride con la bellezza dell’eroina, mentre Abra, una testa caricata certamente dipinta sull’onda dei ricordi leonardeschi, riapparirà anche in diversi quadri successivi. A incantare chi guarda, proprio in questa figura, è lo straordinario realismo delle cocche del grembiule che la fantesca raccoglie per trasportare il capo reciso di Oloferne. Splendido è invece l’abito di Giuditta, di un giallo che farà scuola. Artemisia Gentileschi, Giuditta decapita Oloferne, 1612 circa, Olio su tela, 126 x 159 cm, Napoli, Museo e Real Bosco di CapodimonteArtemisia ospite d’onore a Palazzo Barberini Il viaggio allestito a Palazzo Barberini sulle tracce dell’eroina biblica prosegue, nella terza sezione della mostra, con Artemisia Gentileschi, una delle più alte interpreti del soggetto. Insieme al padre Orazio la pittrice si cimentò più volte con il tema, comprendendone le potenzialità in relazione alla rappresentazione della figura femminile come donna forte, ed exemplum virtutis. D’altra parte attraverso il suo personale vissuto, Artemisia, vittima di violenza, fa sì che l’immedesimazione con Giuditta che conficca la spada nel collo di Oloferne, sia profonda. In questa sezione la sublime Giuditta decapita Oloferne dal Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli dialoga con lavori come Giuditta e la fantesca con la testa di Oloferne di Orazio Gentileschi in prestito dal National Museum of Art, Architecture and Design di Oslo che immortala il momento successivo all’uccisione del condottiero assiro. Grazie al suo lavoro, il tema diventerà un genere richiestissimo nelle corti europee fino a sfociare nelle opere di Giovanni Baglione, Johan Liss, Bartolomeo Manfredi, Pietro Novelli, Mattia Preti, Giuseppe Vermiglio e del raro Biagio Manzoni, una delle novità della mostra. Francesco Rustici, detto il Rustichino, Salomè e la serva con la testa del Battista, 1624-1625 circa, Olio su tela, 166.5 x 240 cm, Parigi, Galerie CanessoNella quarta e ultima sezione, Le virtù di Giuditta. Giuditta e Davide, Giuditta e Salomé, il tema di Giuditta e Oloferne incontra quello di Davide e Golia, accomunati dalla lettura allegorica della vittoria della virtù, dell’astuzia e della giovinezza sulla forza bruta del tiranno che finisce decapitato. Qui Davide con la testa di Golia di Valentin de Boulogne dal Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid dialoga con la Salomè e la serva con la testa del Battista del Rustichino, il “caravaggesco gentile” che interpreta il naturalismo del Merisi con dolcezza. La scena si svolge in un'ambientazione notturna, rischiarata da una torcia che accende forti contrasti. Solo il vassoio su cui riposa la testa di san Giovanni Battista permette di identificare la protagonista femminile con Salomè. A deporre verso l’assimilazione delle due figure bibliche è anche la relazione che intercorre tra Salomè e la serva, complici del misfatto così come Giuditta e Abra. La mostra si può visitare da martedì a domenica dalle 10 alle 18. Ultimo ingresso alle ore 17. La prenotazione è obbligatoria nei weekend e nei giorni festivi sul sito di TicketOne, oppure contattando il numero 06-32810. Leggi anche:• Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento
  3. Dalla Royal Collection ai muri di New York: le proposte di Rai 5Collezioni storiche, maestri dello scatto, realtà artistiche giovani e innovative attendono il pubblico di Rai 5 questa settimana. Da mercoledì 1° dicembre tre episodi della serie Arte, Passione e Potere ci accompagneranno alla scoperta di una delle più ricche e importanti raccolte d’arte del mondo: la Royal Collection di Sua Maestà Elisabetta d’Inghilterra, che si svela nel racconto dello storico e divulgatore BBC Andrew Graham-Dixon (mercoledì 20.40, giovedì 20.15, venerdì 20). Due gli appuntamenti dedicati ai patiti della fotografia. Martedì 30 novembre alle 19.30 il documentario Elliott Erwitt - Il silenzio ha un bel suono racconta il mondo del celebre reporter Magnum attraverso le sue immagini ironiche e immediate, capaci di restituire con stile inconfondibile i grandi eventi della storia e le più curiose stranezze della quotidianità. Ma è possibile conoscere una città guardando solo attraverso la fotografia? E’ la scommessa di Visioni JPEG. Ritratto di città, da scoprire mercoledì 1° dicembre alle 21.15. In contemporanea con la mostra recentemente inaugurata a Pisa, il documentario Keith Haring: Street Art Boy ripercorre le origini e l’evoluzione di un artista visionario: insofferente alle forme espressive ed espositive tradizionali, il ragazzo di Reading troverà nella realtà metropolitana di New York l’ispirazione e il luogo della sua arte (venerdì 3 alle 19). Nella stessa serata Neri Marcorè ci farà compagnia in una nuova puntata del programma Art Night. Imparare l’arte è il titolo di uno dei documentari di questa settimana, un viaggio nelle accademie veneziane tra tradizione e innovazione, mentre il secondo reportage - Millennials - presenta tre giovani e promettenti talenti: lo street artist Jorit, lo scultore Jago e Virginia, performer. Domenica 5, infine, la rubrica Ar Arte condurrà gli spettatori alla scoperta del MART, una nuova tappa nella sua esplorazione dei musei d’arte moderna e contemporanea italiani. Dinamico polo culturale racchiuso in un’architettura d’avanguardia, il museo trentino è pronto a svelare i segreti della sua vasta collezione e dei suoi archivi dedicati al Novecento (in onda alle 17.25). Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic, questa settimana su Sky Arte HDDai Palazzi del Rinascimento alla Land Art, le novità di Sky ArteSu Sky Arte HD la settimana inizia nel segno del contemporaneo con le novità di Artissima 2021: artisti, galleristi e curatori raccontano la 28° edizione della fiera torinese con le proposte più interessanti dal panorama internazionale (martedì 30 novembre alle 20.45). Subito dopo, una serata dedicata a una delle più note protagoniste della scena contemporanea: si parte con il film di Matthew Akers Marina Abramovic - The Artist Is Present, girato durante l’ultima mostra dell’artista al MoMa di New York, per poi sbirciare nel backstage di un’opera sperimentale basata sulla sua biografia, con il documentario in prima tv Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic di Giada Colagrande (23.05). Andrea Mantegna, Camera degli Sposi, Palazzo Ducale di MantovaMercoledì 1° dicembre il documentario Siena - Il genio creativo dell’uomo celebra invece il 25° anniversario dell’ingresso della città toscana nell’Unesco World Heritage con un viaggio nel suo affascinante patrimonio storico-artistico. Giovedì 2 dicembre la strada conduce verso Nord: in prima serata il settimo e penultimo episodio della serie inedita Grandi Maestri è dedicato al genio di Andrea Mantegna, che a Mantova ha dipinto capolavori come gli affreschi della Camera degli Sposi. Li ammireremo alle 23.30 nella quarta puntata della serie Musei, incentrato sul Palazzo Ducale dei Gonzaga. Sempre a Mantova, a Palazzo Te, brillano le stanze dipinte da Giulio Romano, protagoniste nella stessa serata di un episodio di Sette Meraviglie (23.05). E se venerdì 3 il film Renoir e la bambina con il nastro blu svela al pubblico una pagina poco nota dell’Impressionismo (16.40), nella serata di sabato ci aspetta una full immersion nel mondo della Land Art con i documentari Troublemakers - The Story of Land Art (21.15) e Christo - Walking on Water, girato sul Lago d’Iseo in occasione della celebre opera-evento The Floating Piers (22.30). Christo e Jeanne-Claude, The Floating Piers, Lago d'Iseo, Itala, 2014-16 | Photo: Wolfgang Volz © 2016 Christo
  4. Da provincia a capitale della cultura: sono bastati trent'anni a trasformare Vicenza, fucina di tendenze artistiche innovative e di un’architettura che tuttora ne definisce il volto. Siamo alla metà del Cinquecento e la città satellite di Venezia è nota in tutta Europa per la produzione e il commercio della seta. Colti e cosmopoliti, i nobili vicentini scommettono su un gruppo di giovani artisti destinati a far parlare di sé: il genio dell’architettura Andrea Palladio, lo scultore Alessandro Vittoria, i pittori Paolo Veronese e Jacopo Bassano. A unirli è la passione per l’antico, che dalla Roma di Michelangelo e di Raffaello conquista l’intera penisola, diffondendo quella che Vasari chiamerà la “maniera moderna”. Mentre corre per il titolo di Capitale italiana della Cultura 2024, Vicenza risale alle origini della sua bellezza in una grande mostra che rilancia gli spazi della Basilica Palladiana. Dall’11 dicembre al 18 aprile, La fabbrica del Rinascimento sarà un viaggio intrigante tra capolavori di pittura, scultura e architettura, ma anche libri, arazzi e oggetti preziosi in grado di ricostruire il contesto dell’epoca: arriveranno nella città Patrimonio Unesco dal Louvre di Parigi e dal Prado di Madrid, dal Victoria and Albert Museum di Londra e dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, dal Walters Art Museum di Baltimora, dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze, dai Musei Vaticani, dalla Galleria Borghese di Roma. Paolo Veronese, Ritratto di Livia Thiene da Porto e sua figlia Deidamia, 1552. Olio su tela. The Walters Art Museum, Baltimore, Maryland. Credit ©The Walters Art Museum, BaltimoreImpreziosito da pezzi mai esposti in Italia, il percorso ideato dai curatori Guido Beltramini, Davide Gasparotto e Mattia Vinco non è soltanto una sfilata di belle opere da guardare, ma soprattutto un invito a immergersi nelle atmosfere e nella vita artistica della città, durante quell’irripetibile trentennio che va dalla metà del XVI secolo fino all’inaugurazione del Teatro Olimpico, nel 1585. Come in un tour tra botteghe d’artista, potremo osservare i processi creativi alla base dei capolavori esposti: dall’ispirazione iniziale ai bozzetti, fino all’opera finita, passando per il confronto con i committenti e le curiosità sul metodo di lavoro di ciascun maestro veneto. Scopriremo, per esempio, come il ricercato disegno di Parmigianino Sacra famiglia con una colomba in arrivo dal Tyler Museum di Haarlem sia servito come modello per il gioiello della Madonna col Bambino di Paolo Veronese conservato a Palazzo Chiericati di Vicenza, e ammireremo un noto dipinto di Palma il Giovane insieme alla statua romana del Galata soccombente, riprodotta su tela dal maestro. Paolo Veronese, Ritratto di Iseppo Porto e suo figlio Leonida, 1552. Olio su tela. Gallerie degli Uffizi, Collezione Contini Bonacossi, Firenze. Credit © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi I Su concessione del Ministero della CulturaPer la prima volta dopo 500 anni saranno riuniti i due ritratti dei coniugi vicentini Livia Thiene e Iseppo Porto dipinti da Veronese, oggi divisi tra il Walters Art Museum di Baltimora e le Gallerie degli Uffizi: in occasione della mostra torneranno a casa, a pochi passi dalla monumentale dimora costruita per loro da Palladio. Accanto ai quadri vedremo anche il disegno del celebre architetto per Palazzo Porto, conservato al Royal Institute of British Architects di Londra. Di altrettanto interesse sarà il confronto inedito tra le due versioni gemelle dell’Adorazione dei Magi di Jacopo Bassano, autore anche di una gemma insolita per l’epoca, il Ritratto di due cani proveniente dal Louvre. Curiosando negli intrecci tra arte ed economia, i visitatori avranno modo di apprendere che questo singolare capolavoro fu pagato solo la metà di un paio di guanti “da signore” e mille volte meno di un piccolo cristallo di Valerio Belli che porta incisa la scena del Bacio di Giuda. Jacopo Bassano, Ritratto di due cani legati a un tronco, 1548-1550 ca. Olio su tela. Musée du Louvre, Département des Peintures, Parigi. Credit © Parigi, Louvre/RMN-Grand Palais /Stéphane Maréchalle/Dist. I Foto SCALA, Firenze, 2021Promossa dal Comune di Vicenza in collaborazione con il Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio e la Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza e organizzata da Marsilio Arte, La Fabbrica del Rinascimento. Processi creativi, mercato e produzione a Vicenza. Palladio, Veronese, Bassano, Vittoria è un progetto patrocinato dalla Regione Veneto e dalla Provincia di Vicenza, realizzato in partnership con Gallerie d’Italia - Palazzo Leoni Montanari e con Intesa Sanpaolo, con il contributo di Confindustria e con il sostegno di Fondazione Roi. La mostra è parte di un ampio programma di valorizzazione culturale della città, candidata a Capitale della Cultura italiana 2024, e di rilancio della Basilica Palladiana, destinata a ospitare importanti progetti espositivi nei prossimi anni. Ai curatori Guido Beltramini (direttore del Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio), Davide Gasparotto (Senior Curator of Paintings presso il J. Paul Getty Museum di Los Angeles) e Mattia Vinco (ricercatore di Storia dell’arte moderna all’Università di Trento), si affianca un comitato scientifico internazionale composto da Linda Borean (Università di Udine), Howard Burns (professore emerito Scuola Normale Superiore, Pisa), Francesca Del Torre (Kunsthistorisches Museum, Vienna), Edoardo Demo (Università di Verona), Barbara Furlotti (Courtauld Institute, Londra), Germano Maifreda (Università di Milano), Xavier Salomon (The Frick Collection, New York). Basilica Palladiana, Vicenza I Courtesy Marsilio
  5. Era il 28 ottobre 1921 e il ricordo della Grande Guerra bruciava ancora intensamente, quando una contadina di Gradisca d’Isonzo venne chiamata a scegliere, tra undici bare di soldati non identificati, la salma che avrebbe rappresentato sull’Altare della Patria tutti i combattenti caduti per l’Italia. Lei si chiamava Maria Bergamas, una delle migliaia di madri ferite a cui mancò il conforto di una tomba su cui piangere il proprio figlio. Abbandonato l’esercito austriaco per combattere tra le file italiane, infatti, il giovane fante Antonio Bargamas era stato annientato da una raffica di mitraglia mentre guidava i compagni all’attacco sulle montagne tra Vicenza e Trento, e il suo corpo era andato disperso. Nella Basilica di Aquileia, la madre si accasciò al suolo davanti alla decima bara, urlando il nome del figlio nella commozione generale. Con immensa sofferenza Maria scrisse un’importante pagina di storia, diventando il simbolo del dolore di tutte le madri colpite dalla guerra. Poi chiese di essere sepolta poco lontano dal luogo della cerimonia, accanto ai dieci soldati che non aveva scelto e che ancora oggi riposano nel Monumento al Milite Ignoto, presso il Cimitero degli Eroi di Aquileia. Nasce da questo episodio La scelta di Maria, il docufilm di Francesco Micciché che, nel centenario della tumulazione del Milite Ignoto, racconta un brano significativo della Grande Guerra dall’interno, attraverso il punto di vista dei protagonisti. Nato da un’idea di Cesare Bocci e prodotto da Gloria Giorgianni in collaborazione con Rai Cinema, Fondazione Aquileia, Comune di Aquileia e Istituto Luce-Cinecittà, il film si avvale delle interpretazioni di Sonia Bergamasco nel ruolo di Maria, con lo stesso Bocci nei panni del tenente Augusto Tognasso, incaricato di cercare le undici salme sui teatri delle battaglie più cruente, e Alessio Vassallo nel ruolo del Ministro della Guerra Luigi Gasparotto. Dopo il debutto televisivo del 4 novembre su Rai 1, a 100 anni esatti dalla cerimonia di sepoltura all’Altare della Patria della bara scelta dalla madre di guerra, La scelta di Maria è ora disponibile su RaiPlay. L'interno della Basilica di Aquileia | Foto: © Gianluca BaronchelliA fare da sfondo al racconto filmico sono luoghi reali, in cui si avverte ancora forte il respiro della storia: come la monumentale Basilica di Aquileia, dove Maria Bargamas scelse la salma del Milite Ignoto. Non lontano da qui, le trincee ancora esistenti dell’Isonzo e del Monte San Michele, teatri di alcuni degli episodi più sanguinosi di tutto il conflitto. “Ricostruire le scene nei luoghi dove si sono svolti i fatti ci ha fatto toccare con mano la forza della storia, tornare indietro nel tempo e rivivere quei momenti con un rispetto e una commozione che speriamo il nostro film riesca a trasmettere”, ha spiegato Micciché. Diari e interviste ai protagonisti, fotografie e filmati d’epoca, libri scritti durante e dopo l’evento sono stati la base di un percorso di conoscenza che ha coinvolto profondamente il regista, gli attori e lo sceneggiatore Marco Videtta. “Man mano che andavamo avanti, ci siamo resi conto che quella che andavamo a raccontare era una storia che ci riguardava da vicino”, ricorda ancora Micciché: “Il mio nonno paterno, all’epoca un giovane siciliano, è andato a combattere a Gorizia ed è rimasto ferito e mutilato. Se andiamo a scavare nella nostra storia familiare, ognuno di noi ha avuto un parente vicino o lontano che ha combattuto in quella terribile guerra”. Una ricerca curata nei dettagli, quella alla base del film, che ha interessato ogni aspetto, dalle vicende narrate alle ambientazioni, dai costumi alle acconciature. Tomba dei Militi Ignoti, Aquileia | Foto: © Gianluca BaronchelliFiction, testimonianze ricostruite, animazioni e immagini di repertorio si mescolano in percorso che prende il via all’indomani della Prima Guerra Mondiale, in un’Italia povera, sconvolta da profonde divisioni politiche e sociali. La solenne cerimonia di Aquileia, dove la contadina di Gradisca diventa “la madre d’Italia”, la memorabile traversata in treno che condusse a Roma la bara del Milite Ignoto, l’accoglienza del convoglio da parte del re “soldato” Vittorio Emanuele III, gli onori tributati al soldato senza nome presso l’Altare della Patria sono tra i momenti più toccanti della narrazione, che restituisce alle giovani generazioni un prezioso brano del nostro passato.“Il linguaggio del docufilm era secondo noi il mezzo ideale per raccontare cosa c’è stato dietro il Milite Ignoto”, conclude il regista: “In particolare straordinarie sono le immagini del treno che da Aquileia porta la salma a Roma, in cui si vedono folle di uomini, donne, bambini e militari che si inginocchiano al passaggio. Noi abbiamo immaginato e messo in scena anche cosa provavano coloro che dentro quel treno accompagnavano il simbolo dei soldati caduti italiani verso la capitale. Un viaggio che di fatto è stata la commossa elaborazione del lutto di una intera nazione”.Tomba di Maria Bergamas I © Fondazione AquileiaLa scelta di Maria è stato prodotto da Gloria Giorgianni in collaborazione con Rai Cinema, Fondazione Aquileia, Comune di Aquileia e Istituto Luce-Cinecittà, con il patrocinio del Ministero della Difesa, il supporto della Regione Friuli Venezia Giulia e di PromoTurismo FVG. “Una produzione che è stata capace di ricostruire fedelmente gli importanti avvenimenti accaduti mettendo in primo piano gli aspetti umani dei protagonisti”, ha sottolineato il sindaco di Aquileia e Presidente della Fondazione Emanuele Zorino: “ Il Comune di Aquileia e la Fondazione Aquileia hanno deciso di partecipare alla realizzazione di questo progetto anche per valorizzare il territorio e per diffondere la conoscenza di Aquileia, luogo emblematico delle vicende legate al Milite Ignoto”. La Basilica di Aquileia I Foto: © Gianluca BaronchelliLeggi anche: • Ad Aquileia, per il restauro del Cimitero degli Eroi

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