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  1. In arrivo a Parma i ritratti di Modì, l'artista che scolpiva l'anima con matita e pennello
    Poco più di un secolo fa, con la mente in preda al delirio, dopo una vita breve ma bruciante, e artisticamente compiuta, Modigliani si spegneva a Parigi all’età di 35 anni. Il pittore dei colli lunghi, l’artista bohémien avvolto da un’aura mitica nelle inquiete notti di Montmartre e Montparnasse, capace di spogliare i suoi modelli “fino all’anima”, attende la riapertura dei musei per sfoderare a Parma il suo genio da ritrattista. Nelle sale della Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo, dove aspetta di accogliere il pubblico non appena le riaperture le permetteranno, Femme au col blanc, l’olio su tela del 1917 raffigurante la modella Lunia Czechowska, moglie di Léopold Zborowski, mercante d'arte di Modigliani, è pronta a sfoggiare i suoi tratti eleganti divenuti rappresentativi dell’arte stessa del pittore.Sarà lei la regina del percorso “Amedeo Modigliani. Opere dal Musée de Grenoble che, fino al 18 luglio, accanto ad altri cinque ritratti eseguiti a matita dall'artista, indagherà il rapporto fra disegno e pittura, svelando al pubblico i principali riferimenti culturali nel suo lavoro di ritrattista. Amedeo Modigliani, Ritratto di uomo, 1915 circa. Matita su carta I Musée de GrenobleAttraverso questi ritratti Modigliani racconta i protagonisti di un’epoca culturalmente viva, come quella parigina di inizio Novecento. Pittori, scrittori, mecenati e mercanti d’arte, modelle conosciute nei caffè o incontrate per strada si celano dietro volti scolpiti da un’essenzialità formale mai vista prima. Nel collo di Lunia è racchiuso d’altronde quell'ideale femminile vagheggiato e dipinto da altri grandi artisti del passato, primo tra tutti il Parmigianino, con la sua Madonna dal collo lungo realizzata proprio a Parma fra il 1534 e il 1540. Il pubblico viene così iniziato alla poetica pittorica di Modì, per il quale il ritratto diventa l’unico veicolo d’espressione del furore creativo dell’artista. “Per lavorare ho bisogno di un essere vivo, di vedermelo davanti. L’astrazione mi affatica, mi uccide ed è come un vicolo cieco” diceva l’artista. I suoi lavori, profondamente imbevuti dell’essenzialità stilistica della tradizione trecentesca e quattrocentesca senese, mostrano una concezione originale, che mescola gli insegnamenti di Paul Cézanne ai tratti delle maschere africane. E proprio le maschere tribali della Costa d’Avorio, accanto ad autorevoli esempi della pittura senese e cézanniana, il visitatore ritroverà in questa mostra assieme ai lavori del maestro livornese. Maschera africana Gouro, Costa d'Avorio. Collezione privata Marcello LattariNei ritratti di Modì, con i loro occhi a mandorla, vitrei e vuoti, privi di pupille - misteriosi ed enigmatici, quanto seducenti e malinconici, con le arcate sopracciliari marcate e i nasi lunghissimi - linea, superficie e colore producono un genere di composizione figurativa e astratta al tempo stesso. Ai sei ritratti di Dedo si affiancano i capolavori dell’arte francese del periodo in cui l’artista visse e operò, appartenenti alle raccolte della Fondazione Magnani-Rocca, opere di Cézanne e Renoir, Matisse e Monet, Braque e anche dell’italiano Severini, che in quegli anni viveva a Parigi. La mostra sarà un’opportunità di seguire il dandy inquieto, sempre in bilico tra genio e sregolatezza, perfetto stereotipo dell’artista maledetto, che, oltre che grande pittore, fu un disegnatore eccellente, riuscendo, con tratto volumetrico e bidimensionale al tempo stesso, a scolpire a matita la sensibilità e la psicologia dei suoi soggetti. Trasformando, con straordinario talento introspettivo, ogni singolo ritratto in una sorta di specchio interiore. Pietro di Giovanni Ambrosi, Madonna col Bambino, 1446-1447, tempera su tavola centinata Leggi anche:• In arrivo a Parma Modigliani e il ritratto
  2. Nel luogo dei sogni di Niki de Saint Phalle, l'artista visionaria che amava i tarocchi
    “Sogno di abitare in uno spazio senza frontiere” scriveva negli anni Novanta Niki de Saint Phalle, l’artista visionaria devota da sempre a un' Europa unita e progressista.Riecheggia anche in queste parole l’attualità del messaggio della femminista, ambientalista, avanguardista Niki, conosciuta per le sue enormi “Nanas”, figure femminili cariche di colore, di energia e di vita, con le quali l'artista andava contro ogni ideale estetico femminile per vendetta nei confronti del padre che da bambina aveva tentato di violentarla. In vista del 2022, anno in cui ricorre il ventennale della morte, il Giardino dei Tarocchi di Capalbio (Grosseto) - la grandiosa creazione esoterica nata dalla fantasia di questa donna guerriera - rende omaggio all’opera di Niki de Saint Phalle e al suo rapporto artistico con l’Italia, con una mostra a cura di Lucia Pesapane.Il Giardino dei Tarocchi Dal 9 luglio al 3 novembre - in contemporanea con l’importante retrospettiva in corso al MoMA PS1 di New York - saranno presentate oltre cento opere - tra sculture, disegni, video, fotografie comprese tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta - alcune delle quali inedite. La generosità dei collezionisti, con la collaborazione della Fondazione Il Giardino dei Tarocchi, The Niki Charitable Art Foundation e Fondazione Capalbio, hanno reso possibile questo progetto che accompagnerà il pubblico nell’attualità del messaggio avanguardista della femminista ante litteram che, a partire dagli anni Cinquanta, difese i diritti civili degli afro-americani. Niki de Saint Phalle, La Temperanza, 1985, Poliestere dipinto, Collezione PrivataIl percorso toccherà tre sedi espositive: Palazzo Collacchioni, nel suggestivo borgo di Capalbio, avvolto tra le sue mura in quest’ ultimo lembo di Maremma, la Galleria Il Frantoio e il Giardino dei Tarocchi di Garavicchio, nato sul lembo di terreno che nel 1974 i fratelli Caracciolo cedettero all’artista per realizzarne il proprio sogno, su imitazione del Parco di Gaudí e della Villa di Bomarzo. Il luogo dei sogni: Il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle, questo il titolo della mostra, seguirà un percorso tematico preciso. A Palazzo Collacchioni, foto, video, sculture, maquettes, collages racconteranno la storia del Giardino dei Tarocchi, dalla fine degli anni Settanta ad oggi. Per dare vita al suo sogno Niki aveva chiamato a raccolta i propri amici artisti, da Rico Weber a Pierre Marie Lejeune, da Mario Botta all’immancabile Jean Tinguely, lo scultore svizzero con il quale nel 1971 si era unita in matrimonio, maestro nell’inventare stupefacenti congegni meccanici in grado di muoversi “cantando”. Quando, dopo vent’anni di lavoro, il Giardino dei Tarocchi fu ultimato, apparve subito come un “fuori luogo”, un quartiere visionario, colorato con tinte violente, con edifici fiabeschi, piazze, fontane, sculture monumentali ispirate ai Tarocchi, edifici ricoperti di cemento e rivestiti a specchio, a mosaico policromo, a vetro, ceramica invetriata, in un’esplosione celeste fatta di rossi, blu cobalto, verde smeraldo, e, dappertutto, i pensieri dell’artista a descrivere questa sorta di Eden naif.Niki de Saint Phalle, Viva l’Italia, 1984, Litografia 68 x 98 cm, Collezione Privata In questo universo rotondo, morbido e colorato che riconduce al grande seno - che è per l’artista il mondo - particolari strutture in legno dalle forme sinuose, appositamente create, ospiteranno le oltre cento opere, lungo un denso percorso arricchito da maquettes, foto, disegni e altri oggetti, tra i più rievocativi della sua attività artistica. La Galleria Il Frantoio accoglierà invece alcuni lavori storici, tra cui gli assemblage degli anni ’60, maquette in creta cruda preliminari alla realizzazione del Giardino, e inediti video di archivio. “Quando Niki realizzò una mano aperta sulla testa della carta del Mago per nascondere la vista in lontananza della contestata centrale nucleare di Montalto di Castro - scrive Maria Concetta Monaci, presidente di Fondazione Capalbio - dimostrò di condividere i principi degli ambientalisti riconoscendosi nelle loro battaglie. È in questa perfetta simbiosi tra territorio e artista che Fondazione Capalbio vuole fornire a tutta la comunità un forte elemento simbolico, che possa essere riconosciuto dal mondo intero”.Niki de Saint Phalle | Courtesy The Norman Parkinson Archive / Iconic Images 2020
  3. Dal primo autoritratto alle ultime rose: alla Galleria Russo 50 anni di Giacomo Balla
    Solo un artista come Giacomo Balla, ancora oggi, a 150 anni dalla morte, poteva riuscire a trascinarci, con guizzo sorprendente, in quel suo modernissimo furor creativo che, come in un gioco di specchi, permette di addentrarsi tra fasi finali e iniziali di un percorso unitario, di un rovello instancabile. Accade così che un Balla ventitreenne, che sbuca dal suo primo autoritratto del 1894 - un piccolo olio su carta fotografica - dia le spalle a una fotografia dell’artista bambino, nascosta proprio sul retro, che immortala il futuro pittore all’età di quattro anni, i lunghi capelli biondi e l’espressione trasognata, in uno scatto del padre di Pilade Bertieri. Giacomo Balla, retro, Autoritratto 1894 ca., Olio su carta fotografica, 340 x 305 mm A questi due giovani Balla, divisi da quasi 20 anni, si affianca Ball’io, un pastello su carta incollata su cartone, dove il pittore ormai quasi settantenne, i grigi capelli arruffati, dà vita a “uno studio raffinato di colore arioso”. “La mamma in quell’autoritratto lo chiama ‘il Prof. Picard’, il quale circa in quel tempo esplorava i fondi marini con la sua batisfera” scriveva Elica nel 1986 a proposito dell’opera.Questi due autoritratti (e il terzo sul retro) accolgono i visitatori della Galleria Russo di Roma dove, fino al prossimo 22 maggio, è in corso una mostra, a cura di Fabio Benzi, che ci fa strada nell’intricato magma creativo dell’artista.50 anni di carriera in 80 opereI 50 anni di carriera del pittore torinese scorrono attraverso la galleria di studi preparatori - alcuni inediti - e importanti opere definitive. A questi materiali, per lo più direttamente provenienti da Casa Balla, rimasti finora presso gli eredi del ramo Marcucci, la mostra affida il compito di dipanare gli intricati percorsi creativi del grande caposcuola, affiancando incunaboli giovanili, illuminanti bozzetti di capolavori noti e opere tarde, come le Ultime rose del 1952. Tra l’Autoritratto del 1894 e le rose realizzate quasi 60 anni dopo, prende vita un percorso che, da una sintassi fotografico-divisionista (magistralmente resa ne La signora Crisafi al balcone del 1902) scivola verso il superamento del futurismo per giungere a quell’anticipazione pop dell’immagine cinematografica rappresentata dagli ultimi dipinti, e che trova in Colorluce (1933) e in Pianticella delicata (1937) la sua più alta rappresentazione in mostra. Mentre i luoghi della cultura restano ancora chiusi, il viaggio tra gli 80 lavori che scandiscono il percorso alla Galleria Russo è davvero una boccata di bellezza.Giacomo Balla, Ball’Io, 1940, pastello su carta incollata su cartone, Iscritto, firmato e datato. Sul retro: Se mi guardo nello specchio / m'assomiglio / se mi guardo nell'interno / non m'assomiglio / Balla / an. 1940 / Sbagliatissime / queste affermazioni / A. 1943 / A mia figlia / Elica BallaTra i bozzetti più interessanti - nel gruppo di studi preparatori per le tele del Ciclo dei Viventi, realizzate tra il 1902 e il 1905 - si riconoscono i lavori riferiti a due diverse versioni della Pazza Matilde: quella in collezione GNAM e una, La pazza di via Parioli, di cui non si conosce l’attuale ubicazione. Nei disegni preparatori dell’opera dispersa l’ispirazione alle opere grafiche di Munch è forte. Seguendo passo passo l’evoluzione di un artista costantemente impegnato a progettare e rappresentare la modernità, incontriamo gli schizzi delle prime Velocità astratte (1913), definite da Balla “Basi fondamentali delle mie forme di pensiero”. Il desiderio di rappresentare la fremente energia della vita accende invece lo studio preparatorio del Risveglio di Primavera (1918) cui fanno seguito alcuni esempi di Balfiore e un Vortice di giardino degli anni Venti.Ad illuminare le pareti della Galleria le Linee forza di mare - una lunga tempera su carta intelata del 1919 che è il pendant della Futurlibecciata in collezione GNAM - e alcuni disegni riconducibili alla decorazione del Bal Tic Tac, il primo cabaret d’avanguardia realizzato in Europa (1921), come il coloratissimo “Studio per soffitto”. Giacomo Balla, Studio per soffitto, 1920-1921 ca., tempera su cartoncino, 960 x 650 mm“Nel ‘500 mi chiamavo Leonardo” “Nel ‘500 mi chiamavo Leonardo”, diceva Balla di sé, per spiegare la sua volontà di scandagliare a 360 gradi ogni piega dell’espressione artistica, dalla pittura all’architettura, dalla moda alla grafica, dal cinema alla danza. Le testimonianze di questa attività, volta a realizzare la sua idea di arte totale, si scorgono ad esempio nella Lineadi velocità+forme rumore con la sua rappresentazione saettante di linee, mentre nella carta intelata di Linee di Paesaggio Balla struttura il motivo della linea di velocità, affinché la figlia Luce lo possa realizzare a ricamo, con tanto di indicazioni dei colori da utilizzare. Balla e la storia Il rimando alla storia, che permea l’intero percorso artistico del pittore, è evidente in Antiaustriaco del 1915, dove un Balla interventista manifesta il proprio risentimento antiaustriaco sulla carta intelata. L’impiego della matita rossa connota i due sovrani della Triplice alleanza. A destra è l’imperatore austro-ungarico Francesco Giuseppe, con i suoi grandi baffi, a sinistra il Keiser Guglielmo II di Germania e Prussia, schiacciati dal peso degli eventi e adagiati sul simbolo asburgico dell’Aquila Bicipite. Lo sventolio delle bandiere sul finire della Grande Guerra diventa invece il soggetto di una nuova ricerca pittorica che trova un inedito esempio nelle lingue di fuoco rosso, alternate al bianco e al verde del tricolore presente nella tempera su carta Sbandieramento (1918-20), una costruzione saettante di linee nere. Giacomo Balla, Canto patriottico in piazza di Siena, 1915 ca., smalto su tela, cm. 36 x 45Il disegno per tovaglia da tèTra gli inediti presenti in mostra si inserisce anche il Disegno per tovaglia da tè. “Quello che appare come un “innocente” disegno per il ricamo di una tovaglia - spiega nel catalogo Fabio Benzi - è in realtà uno studio estremamente complesso di una sintesi futurista che stringe in sé diverse ispirazioni eccentriche: nella decorazione floreale sulla sinistra Balla pensa certamente a partiti decorativi giapponesi dell’epoca Edo, mentre nella grafia sinuosa della parte destra echeggia le dinamiche lineari compresse di una calligrafia, di un tugra turco”. Dall’esperienza divisionista all’estetica pop In questo percorso, a tratti intimo, dedicato al pittore non mancano le figlie, Elica e Luce. La prima compare in un piccolo ritratto del 1921-22, con la cornice realizzata dalla sorella, e poi in un altro del 1936; la seconda è protagonista di Luce nello specchio, o ancora del bellissimo Color luce del 1933, ormai assunta, con il suo costume da bagno blu e lo sfondo futurista, nel pantheon di dive ed attrici tanto caro all’universo del pittore. Giacomo Balla, Colorluce, 1933, Olio su tavola, 83 x 97,5 cm (Ritratto di Luce Balla in costume da bagno. Sullo sfondo la famosa porta futurista di Casa Balla, ora in Collezione Biagiotti)Ritroviamo infine Luce nello studio, seduta a pensare, con la testa appoggiata alla mano, in un ritratto del 1947. Pianticella delicata, olio su tavola del 1937, dove Elica, come scrive lei stessa, posa su un piede solo, seguendo la stessa linea della pianta delicata che teneva in mano, segna, invece, l’ultimo, avvincente capitolo della creatività balliana: il recupero della figurazione come via di fuga dagli accademismi nei quali l’esperienza del futurismo astratto appare irreversibilmente scivolata all’inizio degli anni Trenta. Nel fenomeno del nascente divismo mediatico ideato dalla portentosa industria cinematografica hollywoodiana, Balla, quasi precursore di un’estetica pop, individua la direzione presa dalla modernità.Giacomo Balla, Pianticella delicata, 1937, Olio su tavola, 56 x 70.5 cm. Ritratto di Elica Balla Leggi anche:• Giacomo Balla: dal primo autoritratto alle ultime rose• Elena Gigli racconta Giacomo Balla, in attesa dell'anniversario
  4. Tiziano, Klimt e Modigliani presto a Vienna in un anno di mostre
    Ci sono grandi mostre rimaste sulla carta in attesa di tempi migliori e progetti nuovi, concepiti nell’anno della pandemia, che per incontrare il pubblico attendono la riapertura degli spazi dell’arte. Salvo imprevisti, per i musei di Vienna l’ora X scatterà all’inizio di maggio, dando finalmente il via libera al ricco calendario espositivo del 2021. Le donne di Tiziano, l'avanguardia di Amedeo Modigliani, gli ultimi anni di Gustav Klimt e il ritorno di un suo iconico ritratto sono i temi degli appuntamenti di spicco della stagione. Attorno a questi si sviluppa un programma che spazia dal Rinascimento al contemporaneo, dall’Europa all’Oriente, per rilanciare fin da subito e su scala internazionale il ruolo di una capitale che negli ultimi anni ha investito molto sulla valorizzazione del proprio patrimonio culturale. Ecco le mostre da non perdere a Vienna nel 2021.  Amedeo Modigliani, Max Jacob, 1916-17, Cincinnati Art Museum, Ohio, dono di Mary E. Johnston I © Bridgeman ImagesDa Klimt a Modigliani, tutte le sfumature dell’avanguardiaA inaugurare la stagione sarà un prestigioso progetto costruito dal Museo del Belvedere intorno a un prestito eccezionale: si tratta della Dama con ventaglio di Klimt, testimone dell’epoca d’oro della capitale asburgica e dell’ultimo, fecondo periodo di attività del suo autore. Custodito in un’esclusiva collezione privata, il quadro farà ritorno nella sua città d’origine per la prima volta dopo 100 anni. Per l’occasione il fastoso palazzo barocco fatto costruire da Eugenio di Savoia ospiterà un percorso dedicato alla fase più matura dell’opera di Klimt, che in questo periodo diede vita a capolavori come la Sposa, le Amiche e il Ritratto di Signora protagonista del recente giallo di Piacenza. A settembre, invece, un atteso progetto su Amedeo Modigliani andrà in scena all’Albertina, riprendendo le celebrazioni per il centenario dell’artista interrotte dalla pandemia. La prima monografica su Modì mai proposta in Austria porterà alla ribalta celebri nudi, ritratti e sculture provenienti da collezioni di tutto il mondo, facendo luce sulla poetica del maestro livornese attraverso il confronto con altri giganti del suo tempo: da Picasso a Brancusi, le avanguardie di parigine si incontreranno a Vienna, accanto a opere di culture lontane che furono muse ispiratrici delle loro innovazioni radicali (Modigliani - Picasso. La rivoluzione del Primitivismo, dal 17 settembre 2021 al 9 gennaio 2022). Vally Wieselthier, pubblicità per le creazioni di moda della “Wiener Werkstätte Kärntnerstrasse 32 u. 41” © MAKIl MAK, imperdibile museo delle arti applicate, indagherà invece sul ruolo delle donne in una delle più interessanti esperienze della Vienna di inizio secolo: la Wiener Werkstätte (letteralmente “Officine di Vienna”), nota per aver portato l’arte nel quotidiano e declinato i frutti della Secessione e dello Jugendstil in ogni campo del design. Se i nomi dei fondatori Koloman Moser e Josef Hoffmann sono universalmente conosciuti, poco si sa sulle ben 180 creative del gruppo. Da maggio a ottobre, i visitatori del MAK saranno invitate a conoscerle da vicino attraverso più di 600 pezzi portatori di rivoluzionarie idee di design. Tiziano, Cranach e la Città Proibita per riscoprire i fasti del passatoAnche il prestigioso Kunsthistorisches Museum ha un anniversario da festeggiare. Per marcare il 130° anno dalla sua inaugurazione sceglie un maestro del Rinascimento italiano e un tema che rende omaggio all’universo femminile. Dal prossimo 5 ottobre Le donne di Tiziano: Bellezza, Amore, Poesia riunirà ben 60 dipinti provenienti da grandi collezioni come quelle della National Gallery di Londra, del Metropolitan di New York, del Louvre di Parigi. I gioielli di Tiziano si sveleranno in dialogo con i pittori che li ispirarono e ne furono ispirati, da Giorgione a Tintoretto e a Paolo Veronese.Tiziano Vecellio, detto Tiziano, Danae I © KHM-MuseumsverbandLe innovazioni di un’epoca memorabile sono protagoniste dell’autunno al Belvedere Superiore, che esplora in una mostra il cruciale passaggio tra il Gotico e il Rinascimento. Se la star di questo periodo è Albrecht Dürer, artisti di altissimo livello giunsero in Austria dai principati tedeschi così come dal Veneto: dal 22 ottobre ripercorreremo le orme di Lucas Cranach il Vecchio, Albrecht Altdorfer, Jacopo de’ Barbari e dei loro più illustri colleghi, esplorando una visione dell’arte che è alla base dell’idea stessa di modernità (L’epoca di Dürer. L’Austria alle porte del Rinascimento, in programma dal 22 ottobre 2021 al 30 gennaio 2022). Lo sguardo spazia verso orizzonti lontani al Weltmuseum Wien, il museo del mondo. A 50 anni dall’avvio dei rapporti diplomatici tra l’Austria e la Cina, una importante esposizione porterà a Vienna 120 tesori provenienti dalla Città Proibita di Pechino. Ritratti, mobili antichi, porcellane e oggetti preziosi narreranno storia e arte del Celeste Impero (Tesori dalla Città Proibita. Dalla dinastia Ming alla dinastia Qing, 21 ottobre 2021 - 1° febbraio 2022), mentre la capitale cinese ospiterà i frutti più esotici del collezionismo degli Asburgo. Jörg Breu, il Vecchio, Fuga in Egitto, 1501 I © Germanisches Nationalmuseum, NürnbergModerno e contemporaneo a confronto, da Schiele al nuovo design per l’ambienteIl grande patrimonio del Modernismo viennese non ha mai smesso di dialogare con il presente. Succede al Mumok, per esempio, che nel cuore del MuseumsQuartier mescola opere di Pablo Picasso e di Andy Warhol, di Paul Klee e di Marcel Duchamp, di Piet Mondrian e di Yoko Ono, nutrendole di un confronto ininterrotto con l’arte dei nostri giorni. Tre grandi anniversari animano il 2021 del Museo d’Arte Moderna Fondazione Ludwig, salutate da un allestimento inedito che rilegge le vaste e composite collezioni: un’occasione per esplorare l’intero arco del Novecento e scoprire le novità più interessanti dell’ultimo decennio, compresa una nutrita sezione dedicata ai linguaggi del video e della fotografia (Enjoy - Il percorso della Collezione del mumok, dal 19 giugno 2021 al 16 gennaio 2022). Egon Schiele (1890–1918), Nudo di Erwin Dominik Osen con le braccia incrociate, 1910 I © Leopold Museum, Wien / Manfred ThumbergerA pochi passi, il Museo Leopold si prepara per un intenso faccia a faccia: il padrone di casa, Egon Schiele, incontrerà l’amico e modello Erwin Osen (1891-1970) per esplorare insieme i lati oscuri dell’esperienza umana. In periodi diversi, entrambi frequentarono il Garnisonsspital II di Vienna in cerca di soggetti per le proprie opere: un indizio dell’attrazione per il corpo e per le sue fragilità che invita a guardare con occhi diversi il Modernismo viennese, a partire dai capolavori di Schiele e da un gruppo di disegni di Osen recentemente ritrovati (The Body Electric. Erwin Osen - Egon Schiele, in calendario da maggio a fine settembre).  Il contemporaneo la fa da padrone a Vienna Biennale for Change 2021, che dal 28 maggio al 3 ottobre unirà le forze di artisti, architetti e designer in progetti concepiti per migliorare il mondo. Il tema di quest’anno, Planet Love, ispira le soluzioni escogitate per prendersi cura del clima e dell’ambiente, immaginando un futuro planetario condiviso. Al MAK, sede della manifestazione, ne avremo un assaggio già all’inizio del mese con un’istallazione del Breathe Earth Collective, noto al pubblico internazionale per la “foresta” progettata nel padiglione austriaco dell’EXPO di Milano 2015. E se in estate Breath Earth si trasferisce a Graz, il museo delle arti applicate si trasforma in “museo della speranza attiva” attivando per tutto il 2021 un focus intitolato “Dalla Wiener Werkstätte alla modernità del clima”. Thomas Wrede, Rhonegletscher-Panorama II (Panorama del Ghiacciaio del Rodano) 2018 I Courtesy Beck & Eggeling I © Thomas Wrede / VG Bild-Kunst, BonnLeggi anche: • Da Chagall a Rauschenberg, un nuovo museo per i capolavori della Collezione Heidi Horten• Il 2021 (e il 2022) di Piacenza nel segno di Gustav Klimt• A Vienna nasce Albertina Modern, nuovo museo dedicato al contemporaneo• L'altra faccia di Modì. Intervista a Marc Restellini, curatore della mostra all'Albertina
  5. “Fu casta, custodì la casa, filò la lana”, era scritto su una famosa tomba del II secolo, e in apparenza questo è tutto ciò che si chiedeva a una donna sotto l’Impero. Ma anche Livia Drusilla, la virtuosa moglie di Augusto che tutti additavano a modello, coltivava il proprio circolo di clientes, amministrava il patrimonio personale del marito e lo consigliava regolarmente nelle questioni politiche, al punto che gli storici antichi la inseriscono nella “cabina di regia” dell’impero agli albori. Eccentriche o austere, premurose o infedeli, leali o intriganti, le donne hanno lasciato il segno nella storia di Roma. Le più potenti hanno avuto palazzi lussuosi e statue dedicate, ordito delitti e congiure, gestito immense proprietà, reti di mecenatismo e di beneficienza. E le altre? Sul loro destino indaga una mostra delle Gallerie degli Uffizi, aperta a novembre e chiusa dopo un giorno per le restrizioni legate alla pandemia. In attesa della riapertura, da oggi Imperatrici, matrone, liberte è interamente visitabile sul sito del museo: bastano un computer o un smartphone per lanciarsi in un tour virtuale gratuito sulle tracce di figure luminose o controverse, di donne determinate, indipendenti o perfino ribelli che hanno ancora storie e segreti da condividere. La mostra è stata infatti digitalizzata in alta definizione per permettere ai visitatori di muoversi negli spazi della Sala Detti e della Sala del Camino, al piano ammezzato della Galleria delle Statue e delle Pitture, ingrandendo i dettagli delle opere, visualizzando didascalie e testi esplicativi, fino alla lettura delle schede complete conservate negli archivi del museo.  Imperatrici, Matrone, Liberte. Volti e segreti delle donne romane, un'immagine tratta dal tour virtuale delle Gallerie degli Uffizi I Courtesy Gallerie degli Uffizi, FirenzeCurato da Novella Lapini con la supervisione di Fabrizio Paolucci, l’allestimento si snoda tra circa 30 opere provenienti dalla ricca collezione di antichità degli Uffizi, alle quali si aggiungono prestiti dal Museo Archeologico Nazionale e dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze: statue e teste di grandi dimensioni, monete d’oro decorate, epigrafi preziose, disegni e codici cinquecenteschi. Tra i pezzi da non perdere ci sono i famosi ritratti di Agrippina Minore, madre di Nerone, e di Domizia Longina, la chiacchierata sposa di Domiziano. La vita dell’altra metà del cielo si svela tra esempi di vizi e di virtù, modelli veicolati dalla propaganda ed eccezioni sorprendenti. “Al centro di questa mostra c’è la storia delle donne romane dei primi due secoli dell’Impero, analizzata sia dal punto di vista del modello femminile proposto ufficialmente, incarnato nel bene e nel male da esponenti della domus Augusta, sia in relazione alle nuove possibilità d’azione che si creano in un sistema dinastico”, spiega la curatrice Novella Lapini: “Sull’onda delle prerogative concesse alle Auguste, elette a sacerdotesse dei loro congiunti divinizzati e capaci di beneficiare intere comunità con i loro atti di liberalità, le matrone dell’élite si inseriscono infatti più direttamente nella vita pubblica, quali flaminiche (dedite al culto delle nuove dive), evergeti (benefattrici) e patrone dei loro municipi, attuando una graduale ma effettiva rivoluzione di generenelle città”.Imperatrici, matrone, liberte. Volti e segreti delle donne romane, Gallerie degli Uffizi, FirenzeStorie di vita quotidiana fanno capolino tra i marmi candidi, aprendo uno spiraglio anche sull’esistenza di chi non ebbe la fortuna di appartenere agli ambienti della corte imperiale. Come quella di Giunia Atte, prima schiava e poi liberta sposata a un patrono che lascerà dopo la morte della figlia:  le iscrizioni sull’altare dedicato alla fanciulla esprimono tutta l’ira del marito abbandonato, che assomiglia a una vera e propria maledizione. La matrona Pompea Trebulla di Terracina, invece, riuscì invece a restaurare a proprie spese un tempio dedicato a Tiberio e alla madre Livia, ponendo il proprio nome accanto a quello degli Augusti in un significativo gesto di indipendenza e potere femminile. “Le Gallerie degli Uffizi negli ultimi anni hanno dedicato grande attenzione alle tematiche della storia di genere, ribaltando l’immagine tradizionale e tradizionalista delle donne e mostrandone invece il lato creativo, forte e indomito”, dice il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt:  “La mostra è inoltre un’occasione unica per permettere ai nostri visitatori di ammirare splendidi pezzi della nostra importantissima collezione archeologica, che stupiranno anche il nostro pubblico più attento”. Leggi anche:• Il Cinquecento in 3D. Online un viaggio nella Grotta del Buontalenti del Giardino di Boboli

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